Paradiso di mele e fiche

scritto da Giullare della morte
Scritto 21 ore fa • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
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Autore del testo Giullare della morte

Testo: Paradiso di mele e fiche
di Giullare della morte

Il paradiso era lì. Proprio lì.
Bastava girare l’angolo e avresti visto il primo peccato esibirsi, invitandoti a raccoglierlo.
Era un peccato stampato sulla cellulosa di una pellicola, ma quelle immagini bastavano a farci capire che saremmo stati dei gran peccatori.
A 15 anni frequentavo una scuola privata; dovevo recuperare un anno perso alla statale. Due anni in uno: basta pagare e fai il salto della quaglia spennata.
La scuola distava dal cinema meno di cento passi e altrettanti sospiri. Il giovedì proiettavano esclusivamente film hard.
A quei tempi non c’erano ancora videoregistratori o PC per sbellicarsi occhi e mani e, per noi giovanotti, vista l’acerba età, si aprivano gli ampi orizzonti di una imbonitrice e megalomane curiosità.
Quindi, il giovedì era il giorno di "sega" a scuola, poi cinema e conseguente "replica" a casa. Insomma, era il Daysega.
Ci adunavamo al portone principale della scuola e poi via, come il vento, verso la "Chiesa pornografica".
Frequentavamo le lezioni pomeridiane dell’istituto e, in genere, le nostre uscite goliardiche erano composte da quattro elementi.
A volte tre, perché il quarto si era anchilosato la mano per la troppa pratica manuale nella settimana precedente, o perché era talmente fiaccato che i genitori non lo facevano uscire.
Sottolineo "Chiesa pornografica" perché, quando si scostava la lunga e alta tenda vellutata, il silenzio era tombale e tutti erano già più che pronti, con le mani congiunte sulla patta dei pantaloni.
La sala era paludata nel quasi buio; solo la luce pallida emanata dal grande schermo aleggiava nella sala.
Come sottofondo religioso, una gemebonda omelia proferita da sudati e facinorosi attori.
Lo schermo rialzato era il pulpito, e nessuno degli spettrali e abbottonati spettatori rifiatava forte.
A tratti si sentivano solo soffusi gemiti che scemavano in lunghissimi e profondi rantoli di osanna.
Se si aguzzavano bene le orecchie, si carpiva anche lo sfrigolio delle mani sulle parti intime.
Tutti intenti a un catechismo manuale e mugolante, una catarsi dell’anima nei bassifondi.
Ti sembrava di sentire un "Patata noster" impercettibilmente sussurrato.
"Sfriggg... sfriggg... sfriggg..." era il sibilo luciferino che aleggiava per la sala: le serpi uscivano dalla tana per consigliarti di raccogliere la mela.
In genere la nostra postazione preferita era la galleria, buia e semivuota.
Ci godevamo dall'alto la geografia della platea.
Quando le luci fluorescenti e fioche del cinema erano ancora accese, il deserto campeggiava nella sala.
Non c'era nessuno.
Ma ecco che, come per magia, nell'istante in cui le luci si spegnevano, iniziava un andirivieni di anime in pena: anime morbose e allucinate, pronte a espiare pene. Pareva di assistere ad angeli sotto copertura che marinavano il casto e noioso paradiso.
Spiritati folletti sbucavano da ogni entrata, ma così frettolosi che dovevi registrarli nella memoria per decifrarne la fisionomia solo più tardi.
Uomini "sciarpati" all’inverosimile, incappucciati con cappelli alla marinara di tre misure superiori calati fino al mento (che, se tirati ancora più in giù, sarebbero arrivati ai talloni).
Occhi schermati da vistosi e impenetrabili occhialoni con lenti nere: parevano maschere per immersione.
Tutti stringevano già in mano un aspersorio di carne, pronto per schizzare vischiose gocce sante. Ombre dal fiato silenziato che sgattaiolavano veloci verso le poltrone appena la luce si spegneva.
Prima uno, poi un altro e così di seguito, con fare circospetto e anonimo.
Si assisteva a una congrega, un’associazione a delinquere finalizzata a una scardinazione del Paradiso e rubare tutte le mele possibili.
Ammalloppati nel velluto delle sedie.
Single, separati e sposati, uniti nel peccato per lodarlo manescamente; e più di qualcuno si scambiava lunghi e profondi segni di pace usando le accalorate e sudate mani. Alcuni "crocerossini" erano dediti alla pastorizia genitale maschile per ottenere la procreazione di una bianca coriandolata.
Ogni tanto veniva a trovarci un voglioso e impavido gay.
Uno di quelli di età avanzata, che ama ceri votivi freschi e turgidi da sfregolare dietro compenso.
Ci sussurrava: "Cari, serve una mano?". Rispondevamo con un gentilissimo: "Ma vedi di andartene a fanculo!". Lui, di rimando e con fare offeso, ci apostrofava come "acerbi segaioli", buttandola sulla filosofia religiosa e dicendoci che, per stare bene in questo mondo, bisogna "darci una mano". Poi spariva nelle spire del buio a raccattare chissà quali turgidi membri dediti alla verticalizzazione nella gravità dell'eros.
Noi, a dire la verità, a parte qualche leggera strofinata sul malloppo intorcinato nelle mutande, non combinavamo niente di che.
Eravamo spalla a spalla e le risate per quel che vedevamo e sentivamo erano un potente anti-afrodisiaco; ogni tanto urlavamo: "Mani in alto, è arrivata la Buoncostume!".
Eravamo solo studentelli alle prime armi, intenti a studiare con trasporto l’anatomia femminile. Solo degli imberbi chierichetti.

A volte, a poche file da noi, si sedeva qualcuno che conosceva bene l’ambiente, stanziale onnipresente il giovedì.
Alla fine del primo tempo la luce guizzava fiacca e il tizio iniziava a declamare poeticamente a voce alta chi fosse presente in sala.
Non so come facesse, perché le persone erano talmente imbacuccate da essere riconoscibili solo per la tonalità dei rantoli.
Il tizio ricordava un’attenta maestra che fa l’appello in aula, ma conosceva a memoria le ugole, a cui attribuiva data di nascita, nome, cognome, soprannome, abitazione, macchina, motorino, bicicletta, corna e pure la data della futura morte degli inquilini del giovedì. Morte per il troppo maneggio? Forse.
Iniziava a prenderli in giro, urlando forte il nome di chi pensava di trovarsi in un sicuro e silenzioso anonimato.
Molti erano tizi timidi o sposati che provavano una tremenda vergogna a essere tirati in ballo dentro quel pippesco e bollente pollaio, impegnati a "tirare il collo al caso". Non si voltavano, macché. Facevano finta di nulla, come se avessero messo al bando la propria identità.
Poi le luci morivano improvvisamente, come colpite a morte da un proiettile, e iniziava il secondo tempo nel buio profondo. In quel secondo tempo, anche chi si era trattenuto si lasciava andare: era giunto il momento di raccogliere il frutto del peccato. Una calda e sincrona corale di gemiti si alzava per la sala, che qualcuno cercava di attenuare tossicchiando artificiosamente.
Verso la fine del film iniziava l’esodo al contrario.
Filavano verso l’uscita, alzandosi dalle fosse di velluto e stiracchiandosi veloci.
Uno alla volta sfilavano come modelli ingaggiati dall'ombra per poi ottenebrarsi nella luce con passo soffice, sulle punte dei piedi, come se stessero schiacciando merda canina... un soffuso "plaff plaff" ovattava le pareti del cinema.
Alla fine del film le luci ripresero il sopravvento.
Noi ci alzammo dalle poltrone con gli occhi sturbati e la memoria zeppa di immagini erotiche, sognando di essere degli Adamo che gironzolano nel Paradiso e che, invece di raccattare mele, preferiscono cogliere fiche.
Paradiso di mele e fiche testo di Giullare della morte
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